Viaggi della speranza, oggi: quanto paga il Sud per curarsi al Nord

Viaggi della speranza, oggi: quanto paga il Sud per curarsi al Nord

Nel 2022 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il record di 5,04 miliardi di euro, con quasi l’80% del “conto” a carico di sei Regioni del Centro-Sud. Nel 2023, per i soli ricoveri, la spesa è arrivata a 2,9 miliardi. Non è più una scelta: è il prezzo di un Servizio sanitario sempre più diseguale.


In Italia ci sono immagini che, a forza di ripetersi, diventano invisibili.
Una valigia fatta in fretta, una cartellina con le lastre, un treno notturno verso il Nord, una stanza in affitto vicino all’ospedale. Sono i viaggi della speranza: chi parte dal Sud (o da certe zone del Centro) per farsi curare in un’altra Regione.

Per anni ci siamo raccontati che fosse, tutto sommato, una forma di libertà: “se non ti trovi bene, vai dove vuoi”. Oggi i numeri dicono altro: spostarsi non è più una scelta, è l’effetto di un sistema che non offre le stesse possibilità ovunque.


2022: il tetto dei 5 miliardi

Secondo il Report GIMBE sulla mobilità sanitaria interregionale 2022, l’ultimo con dati completi, nel 2022 i flussi economici tra Regioni hanno raggiunto i 5,04 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato e il +18,6% rispetto al 2021 (4,25 miliardi).

La direzione del flusso è chiarissima:

  • Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono da sole il 94,1% del saldo attivo: significa che sono loro a incassare quasi tutto il surplus generato dalle cure ai pazienti che arrivano da altre Regioni.
  • Dall’altra parte, Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Lazio concentrano il 78,8% del saldo passivo, cioè pagano la parte principale del conto per i propri cittadini che vanno a curarsi altrove.

Tradotto in parole semplici: il Mezzogiorno finanzia la sanità del Nord.
E questo non succede da un anno: è un trend consolidato almeno nell’ultimo decennio.


2023: meno ricoveri, stessa fuga (e non solo per i casi gravi)

Nel 2023, grazie ai dati resi pubblici da AGENAS, abbiamo un altro tassello: per i soli ricoveri ospedalieri, la spesa in mobilità è arrivata a circa 2,88 miliardi di euro, leggermente sopra il livello pre-Covid del 2019 (2,84 miliardi), nonostante un numero inferiore di ricoveri (668.145 nel 2023 contro 707.811 nel 2019).

Significa che:

  • ci si sposta meno spesso ma per prestazioni più costose,
  • e che la mobilità non è affatto rientrata dopo la pandemia.

Non si tratta solo di interventi salvavita o chirurgia ultra-specialistica. AGENAS segnala che cresce la mobilità anche per prestazioni a bassa complessità, come interventi al tunnel carpale, protesi d’anca o altre chirurgia “standard” che, in teoria, potrebbero essere garantite vicino a casa.

E guardando alle prestazioni ambulatoriali (visite ed esami specialistici), la situazione non è migliore: un’analisi sui dati AGENAS mostra che nel 2023 una fetta consistente della spesa riguarda terapie e diagnostica ad alto costo, mentre per volumi la parte del leone la fanno le analisi di laboratorio.

In pratica, ci si muove per tutto: diagnosi, terapia, controlli. Non solo per il “caso raro”.


Da dove a dove ci si sposta

Le mappe della mobilità sanitaria sono sempre le stesse:

  • Regioni di arrivo: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto. Grazie a grandi centri ospedalieri, IRCCS, poli universitari e una rete di strutture private accreditate, sono le mete principali dei viaggi della speranza.
  • Regioni di partenza: Campania, Calabria, Puglia, Sicilia, Abruzzo e, fuori dal Mezzogiorno stretto, anche il Lazio. Sono i territori che registrano i maggiori saldi negativi, cioè quelli da cui i cittadini “fuggono” di più per curarsi.

Dentro questa geografia, il racconto è sempre lo stesso:
un paziente oncologico che da Reggio Calabria va a Milano;
un bambino con una malattia rara che da Palermo vola a Bologna;
un cinquantenne con problemi ortopedici che da Taranto si opera a Verona perché lì “ti chiamano in un mese, non in un anno”.


Di chi è la colpa? Stato, Regioni o entrambe?

La tentazione è brutalizzare il discorso: Nord “virtuoso”, Sud “inefficiente”.
La realtà è più scomoda, per tutti.

  1. Sottofinanziamento nazionale.
    I rapporti GIMBE sul Servizio sanitario nazionale ricordano che, nel decennio pre-pandemico, la sanità pubblica ha subito un definanziamento cumulato di oltre 37 miliardi rispetto ai fabbisogni programmati e che oggi la spesa pubblica è ferma intorno al 6,3–6,4% del PIL, sotto la media UE.
    Se il “tavolo” è troppo piccolo, è più facile che qualcuno resti senza posto.
  2. Un SSN spezzato in 21 sistemi diversi.
    Formalmente abbiamo un unico Servizio sanitario; in pratica, 21 servizi regionali con regole, capacità amministrative e livelli di efficienza molto diversi. La “cartina di tornasole” di questi divari sono proprio i flussi di mobilità: dove i LEA (livelli essenziali di assistenza) sono garantiti meglio, arrivano pazienti; dove sono in ritardo, i pazienti partono.
  3. Riparto delle risorse che penalizza il Sud.
    Diverse analisi indipendenti segnalano che il meccanismo di riparto del Fondo sanitario nazionale, basato soprattutto su criteri demografici e standard storici, continua a penalizzare le Regioni più fragili, in particolare quelle meridionali, che hanno popolazioni più anziane, maggiore povertà e peggiori indicatori di salute.
    In sostanza: chi parte già svantaggiato sul piano socio-economico riceve spesso meno risorse pro-capite o non ha la capacità di trasformarle in servizi.
  4. Responsabilità regionali.
    Dentro questo quadro, le scelte locali contano:
    • programmazione del personale (concorsi, stabilizzazioni, incentivi);
    • manutenzione e ammodernamento delle strutture;
    • capacità di utilizzare i fondi europei e del PNRR;
    • gestione delle liste di attesa (senza “truccare i dati”, come ha ammonito di recente la Corte dei Conti).

Dire che “è colpa solo di Roma” assolve giunte regionali che spesso hanno sprecato o non speso risorse preziose. Dire che “è colpa solo del Sud” nasconde un dato altrettanto evidente: è lo Stato ad avere messo in piedi un sistema che accetta come normale che la qualità delle cure dipenda dal CAP di residenza.


Come vengono usati (e non usati) i soldi della sanità

Un’altra domanda che molti cittadini si fanno è:
“Ma i soldi per la sanità non dovrebbero essere uguali per tutti?”

In teoria, sì: il Fondo sanitario nazionale dovrebbe garantire livelli uniformi di assistenza sull’intero territorio. In pratica:

  • il finanziamento complessivo è stagnante rispetto al PIL;
  • il riparto, pur corretto nel tempo, continua a riflettere squilibri storici, premiando di fatto i sistemi già forti;
  • le Regioni con bilanci in rosso finiscono sotto piani di rientro che spesso si traducono in tagli alla spesa e blocco delle assunzioni, proprio dove ci sarebbe più bisogno di rafforzare i servizi.

Risultato: le Regioni più deboli restano tali, mentre quelle più attrattive, grazie anche ai flussi di mobilità, hanno ulteriori risorse per investire e migliorare. È un circolo vizioso che allarga la distanza, non la riduce.


Che cosa chiedono i numeri al legislatore

Guardando insieme i dati di GIMBE, AGENAS, Corte dei Conti e altre fonti indipendenti, il messaggio è piuttosto netto:

  • La migrazione sanitaria non è un fenomeno marginale: nel 2022 ha superato i 5 miliardi complessivi; nel 2023, solo per i ricoveri, siamo intorno ai 2,9 miliardi.
  • Lo squilibrio Nord-Sud non si sta chiudendo, anzi: i flussi di denaro e pazienti dal Mezzogiorno verso il Nord aumentano.
  • Una parte crescente della mobilità riguarda prestazioni che dovrebbero essere garantite ovunque, non solo interventi rarissimi.

Se prendiamo sul serio questi numeri, la politica non può limitarsi a promettere “stop ai viaggi della speranza” a ogni cambio di ministro. Servirebbe:

  1. Un piano nazionale vincolante per ridurre la mobilità passiva delle Regioni in maggiore difficoltà, legando una parte del finanziamento a obiettivi chiari di recupero dei LEA.
  2. Un ripensamento del riparto del Fondo sanitario, che tenga conto in modo più forte di indicatori sociali (povertà, deprivazione, morbosità) e non solo dell’età media.
  3. Investimenti stabili nel personale: medici, infermieri, tecnici, non solo strutture e tecnologia.
  4. Trasparenza radicale sui dati: liste d’attesa reali, tempi di erogazione, esiti degli interventi. I cittadini dovrebbero poter vedere, per ogni Regione, se qualcosa sta davvero cambiando.

La vera domanda, dieci anni dopo

A distanza di oltre dieci anni dall’inizio della grande stagione di tagli e “razionalizzazioni”, la domanda non è più solo: “Quanto ci costa la migrazione sanitaria?”.

La domanda, oggi, è questa:

Quanti italiani dovranno ancora fare la valigia per una TAC, una chemio o una protesi d’anca prima che chi governa decida che la disuguaglianza nella cura è essa stessa una malattia da curare?

Finché non metteremo questo tema al centro dell’agenda politica – non in una riga di un programma elettorale, ma in una legge di bilancio – i “viaggi della speranza” resteranno la nostra statistica più indecente. E ogni treno notturno dal Sud al Nord continuerà a ricordarci che, per ora, la salute in Italia è uguale per tutti solo sulla carta intestata della Costituzione.

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